Editoriali

Mitigazione adattamento: le due strade per non affondare

Una sola crisi: due risposte interdipendenti. È di questo che parliamo quando parliamo di emergenza climatica da combattere attraverso la mitigazione e l'adattamento.

Scritto da Ferdinando Cotugno

Una sola crisi: due risposte interdipendenti. È di questo che parliamo quando parliamo di emergenza climatica da combattere attraverso la mitigazione e l’adattamento. La nostra civiltà si è evoluta grazie a una finestra di stabilità climatica che dura da almeno 10mila anni: la scienza ci dice che l’aumento di CO2 e altri gas serra nell’atmosfera ha iniziato a compromettere questa stabilità climatica a partire dalla rivoluzione industriale, accelerando i suoi effetti dopo la seconda guerra mondiale, fino all’attuale crisi. Oggi i livelli di CO2 nell’atmosfera hanno superato 400 parti per milione, non erano così alti dal Pliocene, tre milioni di anni fa: le conseguenze sono aumento della temperatura globale e da lì il peggioramento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore, gli eventi meteo estremi, le siccità, poi ancora la perdita di ghiaccio sulle montagne e ai Poli, l’innalzamento del livello degli oceani, il collasso delle barriere coralline. 

C’è un fatto da riconoscere, che questa crisi non può essere evitata del tutto, però possiamo risparmiarci gli effetti peggiori limitando il danno che stiamo continuando a fare al clima. È come se fossimo su una nave che imbarca acqua da una falla: svuotarla è la parte di adattamento, riparare la falla è invece la mitigazione. Entrambe le operazioni servono a non affondare. Oggi l’aumento delle temperature medie globali ha già superato 1.1°C rispetto all’era pre-industriale, ma sono temperature medie: in Europa questo aumento è già il doppio. La soglie di sicurezza previste dall’accordo di Parigi sono +1.5° e +2°C entro fine secolo, oltre +2°C saremmo in territorio sconosciuto, le nostre attuali policy energetiche globali ci portano addirittura verso 2.8°C, mentre se non facessimo nulla arriveremmo addirittura a +4°C. 

La prima cosa da capire è che la mitigazione non ha senso senza adattamento: c’è una parte di crisi climatica che non potremo in nessun caso evitare, qualunque cosa facessimo, anche se azzerassimo tutte le emissioni in questo momento. D’altra parte, non si può fare adattamento senza mitigazione, perché se lasciassimo l’aumento di temperature incontrollato avremmo fenomeni ai quali non ci potremmo mai adattare, nemmeno se usassimo ogni risorsa disponibile. Mitigazione e adattamento sono due approcci da usare e concepire insieme, come se fossero due ruote di una bicicletta. 

Un’altra cosa importante da tenere in considerazione: la mitigazione è globale, mentre l’adattamento è locale. Ogni paese, area geografica, città, azienda, comunità, cittadino deve dare localmente il suo contributo di riduzione delle emissioni di gas serra, ma l’obiettivo di neutralità climatica riguarda l’umanità nella sua interezza: o lo raggiungono tutti (facendo ognuno la sua parte, secondo il principio delle «responsabilità comuni ma differenziate» stabilito dall’ONU) o non lo raggiunge nessuno. Secondo la definizione ufficiale delle Nazioni Unite, mitigazione vuol dire «stabilizzare i gas serra nell’atmosfera in una cornice temporale sufficiente a permettere agli ecosistemi di adattarsi naturalmente al cambiamento climatico, assicurandoci che la produzione di cibo non sia minacciata e permettendo allo sviluppo economico di procedere in modo sostenibile». Più diretta la definizione scelta dall’IPCC, l’organismo scientifico dell’ONU sul clima: «L’intervento umano per ridurre le fonti di gas serra e potenziarne gli assorbimenti».

Secondo i parametri stabiliti dall’Unione Europea, il nostro percorso di mitigazione ci deve portare a ridurre le emissioni del 55 per cento entro il 2030 e ad azzerarle entro il 2050. Firenze, come le altre 99 città della missione europea, darà il suo contributo azzerandole già nel 2030. Mitigazione vuol dire innanzitutto decarbonizzare la produzione di energia elettrica, i trasporti su terra, il riscaldamento degli edifici e – in seconda battuta – l’industria, l’aviazione, i trasporti marittimi. Ma vuol dire anche aumentare la capacità di assorbimento della CO2 da parte di foreste e suoli agricoli, che hanno un ruolo fondamentale, sempre più minacciato dal degradamento, dalla deforestazione e dalla perdita di biodiversità. 

L’adattamento invece è per sua natura locale: come prepararsi alla crisi climatica nel modo migliore possibile dipende dalla geografia, dagli specifici effetti che vengono subiti maggiormente, dal tipo di società e di bisogni coinvolti. Per un arcipelago del Pacifico, adattamento è soprattutto costruire barriere contro l’aumento del livello del mare. Per una città come Firenze, vuol dire aumentare le aree verdi per combattere le isole di calore, o approntare la resilienza alle inondazioni. Adattamento vuol dire cambiare la nostra vita, le nostre infrastrutture, le nostre città, la nostra agricoltura in modo che possano essere il più al sicuro possibile anche nel nuovo contesto climatico. Vuol dire ottimizzare l’uso dell’acqua o evitare gli sprechi di cibo, in un mondo in cui le siccità possono diventare la normalità e la produttività agricola rischia di declinare. Vuol dire adattare i territori forestali al nuovo rischio incendi, in alcuni casi diradandoli attraverso interventi mirati. Vuol dire anche educazione e formazione della popolazione ai nuovi pericoli del cambiamento climatico: alcune delle nuove infrastrutture di adattamento sono sociali e di comunità. Questa è una cosa che hanno in comune mitigazione e adattamento: partono anche da noi.