Editoriali

La questione urbana: il clima come la sfida delle città

La missione europea di cui fa parte Firenze ha un significato locale ma anche globale: il futuro dell’umanità è urbano e ha urgente bisogno di soluzioni urbane.

Scritto da Ferdinando Cotugno

La missione europea di cui fa parte Firenze – 100 città impegnate verso la neutralità climatica già nel 2030 – ha un significato locale (una città decarbonizzata è innanzitutto una città più vivibile, respirabile e sana per i suoi abitanti) ma anche globale: il futuro dell’umanità è urbano e ha urgente bisogno di soluzioni urbane. Oggi il 55 per cento degli abitanti della Terra vive in una città, nel 2050 la quota supererà il 70 per cento. Già oggi i due terzi delle emissioni di gas serra vengono da metropoli di ogni scala e dimensione. E sono gli stessi luoghi che soffrono maggiormente le ondate di calore, che rischiano di perdere ampie porzioni di territorio per l’innalzamento del livello del mare, che vedono infrastrutture complesse messe alla prova dagli eventi estremi. E il problema diventerà sempre più grande. 

Due miliardi e mezzo di persone in più vivranno in un’area urbana entro metà secolo, secondo una proiezione di UN Department of Economic and Social Affairs (DESA). Il 35 per cento di questa crescita sarà in tre grandi paesi: India (416 milioni di abitanti urbani in più), Cina (255 milioni in più), Nigeria (189 milioni in più). Già nel 2030 le megacity (più di 10 milioni di popolazione) passeranno da 31 a 43. Tredici delle venti aree urbane più grandi al mondo saranno africane: nel 2100 Lagos, in Nigeria, avrà 80 milioni di abitanti, Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, 60 milioni, entrambe da sole ospiteranno più persone dell’intera Italia. Sono queste le proporzioni della sfida urbana e climatica: il trasferimento di tecnologie, soluzioni, buone pratiche, idee sarà fondamentale per decarbonizzare e adattare al nuovo clima megalopoli delle dimensioni di nazioni. La collaborazione globale, che viene sperimentata in reti come 100 cites o C-40, è una chiave decisiva per sbloccare questo tipo di innovazione. Nella crisi climatica, nessuna città è un’isola. 

Da tempo si è consolidata l’idea che le città siano uno dei luoghi fondamentali per affrontare la crisi climatica. Non lo sono soltanto per la concentrazione di produzione di emissioni e di effetti avversi. Il livello di governo urbano è più vicino ai cittadini, è in grado di tradurre i grandi piani nazionali e sovranazionali in soluzioni concrete, che le persone possano sperimentare e toccare con mano. Inoltre la concentrazione di capacità di innovazione che c’è negli spazi urbani è insostituibile: la fitta rete di università, centri di ricerca, aziende, startup permette di mettere a punto idee scalabili e realizzabili tenendo il passo della crisi climatica, che in questi anni abbiamo visto solo accelerare. Infine, un altro ingrediente importante è la capacità di cooperazione tra le città, molto più capaci di lavorare insieme, condividendo risultati e pratiche senza rivalità, rispetto alle nazioni. 

Nelle città non stanno cambiando solo la produzione di energia – grazie alle comunità energetiche – o la sostenibilità del trasporto pubblico, grazie all’elettrificazione e all’allargamento dell’offerta. Sta cambiando l’intera idea di cosa sia una città, non più qualcosa che dobbiamo percepire come altro rispetto alla natura, ma come un ecosistema da trattare (anche) come tale. Una delle letture più interessanti viene dall’urbanista Adrian McGregor, e dal suo libro Biourbanism: Cities as Nature: «Le città sono sistemi viventi e dinamici che si evolvono con noi», spiega nel saggio, aggiungendo che dovremmo imparare a vederle, e a progettarne le nuove infrastrutture verdi e blu, come «neo-natura», o biomi con interazioni umane. 

Questo tipo di visione permette per esempio di integrare in modo più organico e funzionale i grandi progetti di recupero fluviale che tante metropoli stanno mettendo in atto, come Parigi, che ha rinaturalizzato la Senna, l’ha restituita ai nuotatori (anche in vista dell’Olimpiade 2024) e ci ha riportato la biodiversità: da quando è stata ripulita durante l’amministrazione della sindaca Anne Hidalgo, ci sono trenta nuove specie di pesci. Vedere le città come biocittà aiuta anche a rendere più sostenibili i progetti di riforestazione urbana: non è sufficiente piantare nuovi alberi, bisogna integrarli nel contesto, smettere di considerarli arredo urbano, averne cura e diffonderli nel mondo più ecologicamente sostenibile. A Barcellona dal 2060 nessuna specie vegetale potrà superare il 15 per cento totale, per aumentare la resilienza a malattie. La sostenibilità del verde deve essere anche sociale, nell’ottica di una transizione che riduca le diseguaglianze invece di amplificarle. Spesso si cita la soglia del 30 per cento di aree verdi in un città come linea del desiderabile, ma c’è che chi propone un parametro più articolata. È Cecil Konijnendijk, docente di Ecologia forestale all’Università di British Columbia, secondo il quale la regola da seguire è quella del 3-30-300: da ogni casa devono essere visibili tre alberi, la copertura del trenta per cento deve essere per ogni quartiere e non per la città nella sua totalità, e ogni abitante deve vivere a non più di trecento metri dal parco più vicino.