Editoriali

Intervista ad Andrea Giorgio

Ci presenta questo progetto Andrea Giorgio, assessore all'ambiente e alla transizione ecologica del Comune di Firenze.

Scritto da Ferdinando Cotugno

Le città sono allo stesso tempo bersaglio e causa della crisi climatica, sono il luogo dove si manifestano alcuni degli effetti peggiori dell’aumento di temperatura, ma anche l’ambiente umano dove la concentrazione di attività comporta il maggior numero di emissioni di CO2. Non solo carnefici e vittime, però: le città possono avere un terzo ruolo, essere il contesto nel quale si sbloccano le soluzioni più innovative ed efficaci per fermare la crisi ecologica e climatica. In Europa un’avanguardia urbana ha il ruolo di sperimentare idee, pratiche, progetti, tecnologie per rendere reale il cambiamento: è la missione 100 cities, di cui Firenze è parte integrante. L’obiettivo delle cento città è la neutralità climatica già nel 2030. Una transizione così rapida però non può essere né sarà calata dall’alto. Firenze per il clima è un progetto di partecipazione della cittadinanza, una rete di strumenti per rendere il percorso verso la neutralità climatica il più condiviso possibile. La città è in ascolto attivo di cittadini, organizzazioni, esperti, aziende, università: l’obiettivo di una transizione giusta si può realizzare soltanto con il coinvolgimento e la voce di tutti. Ci presenta questo progetto Andrea Giorgio, assessore all’ambiente e alla transizione ecologica del Comune di Firenze.

Che percorso comincia con Firenze per il clima? Cosa significa per la città?

«L’obiettivo è sperimentare per la prima volta in città una trasformazione che sia anche una costruzione dal basso. Non intendiamo questo approccio in modo retorico, questo è l’accompagnamento di una transizione attraverso la costruzione di una consapevolezza che porti a vederla come desiderabile e non solo necessaria. Le politiche non devono essere percepite come invasive, non possiamo fare niente di quello che abbiamo in mente senza la partecipazione. Non solo quella dei cittadini, ma anche quella del movimento ambientalista, delle forze economiche e sociali, del mondo del sapere, dell’università, delle aziende. Con i cittadini possiamo renderlo desiderabile, con gli attori sociali ed economici possiamo renderlo fattibile». 

In che modo si possono coniugare desiderabile e fattibile?

«La nostra ambizione è organizzare l’interesse generale, è qui che si incontrano le due linee. Le trasformazioni politiche, sulla qualità dell’aria, sulle tranvie, sulle ciclabili, trovano sempre sulla loro strada dei gruppi contrari, espressione di interessi particolari, che però rischiano di avere più voce dell’interesse generale. È da qui che nasce la nostra chiamata a organizzarsi, per costruire un consenso sulla transizione, la condivisione di un punto di vista». 

Quali sono le sfide e i problemi climatici di Firenze?

«Ci sono due grandi elementi di vulnerabilità climatica qui. Uno sono le isole di calore, un fenomeno che abbiamo mappato e su cui stiamo provando a intervenire. Il secondo è il rischio legato ai fenomeni meteo estremi. E questa è la parte dell’adattamento, prepararsi a un clima nuovo, attraverso le aree verdi, la forestazione, gli asfalti riflettenti, il lavoro sulla depavimentazione e quello per rendere i tetti in grado di ridurre consumi e calore. Poi c’è la mitigazione: Firenze produce una quantità enorme di CO2, abbiamo una densità importante di spostamenti, di giorno Firenze accoglie quasi il doppio dei suoi abitanti, tra lavoratori e turisti, e questo ha un impatto. Mitigazione e adattamento devono andare insieme: le città sono parte del problema, in Europa rappresentano il 70 per cento di emissioni di carbonio, ma sono anche parte della soluzione. Questa transizione significa tutelare la vivibilità per le persone: penso a quante persone in città hanno già enormi difficoltà nel lavorare all’aperto: edili, guide turistiche, chi lavora nei bar, chi fa le consegne. Il clima non è una fissazione ideologica, significa tutelare la capacità di vivere, produrre, accogliere il turismo, attrarre talenti».

Qual è l’idea di transizione giusta che c’è alla base?

«Qualunque transizione porta delle conseguenze e queste conseguenze devono essere accompagnate. I cambiamenti climatici sono già una questione sociale. I loro effetti si scaricano sulle persone più fragili. Se c’è un’inondazione, chi era assicurato può rimettersi in piedi, gli altri devono aspettare a lungo, come stiamo vedendo in Emilia Romagna. Quando c’è un’ondata di calore, sta peggio chi non può andare al mare o in montagna, chi non può permettersi l’aria condizionata, gli anziani, chi non ha aree verdi vicine o vive in edifici frutto di edilizia di scarsa qualità. Aggredire la crisi climatica vuol dire anche aggredire temi sociali. Poi le persone sono esposte anche al cambiamento portato dalla transizione e vanno tutelate. Vale lo stesso per ogni evoluzione tecnologica. Però dobbiamo sfatare il mito secondo il quale l’ecologia distrugge l’economia: la transizione è un’opportunità molto più che un problema, se gestita bene e accompagnata da politiche pubbliche. Non dobbiamo per forza produrre meno, consumare meno, andare verso l’austerity. Possiamo produrre meglio, vivere meglio, accettare un’idea di progresso che non è solo un’equazione economica, ma include tutte le dimensioni». 

Qual è il ruolo dei cittadini in questo percorso?

«Questo è un esperimento che vogliamo regalare anche ad altre città, fare di Firenze un modello, costruire uno spazio in cui i cittadini e le organizzazioni possano essere protagoniste del cambiamento. Non solo con le buone pratiche, ma anche promuovendo l’interesse generale, con iniziative, approfondimenti, definendo insieme la strategia da seguire. Lo faremo in tanti modi, sperimenteremo l’assemblea popolare, uno strumento di partecipazione che può diventare permanente. Non possiamo aspettare che le cose cambino da sole, ma possiamo provare a cambiarle dal basso, partendo da una città che è sempre stata un faro della cultura e che ha deciso che non siano gli altri a fare la prima mossa».