Editoriali

I dati sul clima: un check-up medico sulla salute del nostro pianeta

Nel 2023, sono state 86 le giornate in cui la Terra è stata giù più calda di 1.5°C rispetto all'era pre-industriale.

Non sappiamo se sia il segno che la crisi climatica sta accelerando: alcuni scienziati lo sostengono, uno di loro è James Hansen, climatologo della NASA, forse il più illustre di tutti. Però un fatto è certo: è stato un anno notevole che, più che mai, ci deve spingere nella direzione della decarbonizzazione, perché l’aumento delle temperature e il cambiamento del clima derivano dalle emissioni delle attività umane.

A dicembre si tiene l’appuntamento più importante dei negoziati per la lotta al cambiamento climatico, la COP28 di Dubai, negli Emirati Arabi. In occasione di questo vertice internazionale, la maggior parte delle agenzie e dei centri studi del mondo hanno fatto uscire dei report che, letti tutti insieme, ci restituiscono le dimensioni del problema e l’andamento del percorso per risolverlo. Insomma, questi studi sono una specie di check-up medico completo sulla salute del nostro pianeta e sull’efficacia delle nostre cure. 

L’Onu ha pubblicato il 20 novembre il suo rapporto Emission Gap 2023, una fotografia di come procede l’andamento delle emissioni rispetto agli impegni e alle promesse dei diversi paesi. Purtroppo, come dice il titolo, c’è ancora un grande «gap», cioè un divario, tra quello che facciamo e quello che dovremmo fare. L’atmosfera è l’unica realtà che conta e in atmosfera nell’ultimo anno completo su cui abbiamo i dati (il 2022) sono finite 57,4 gigatonnellate di CO2. Troppo. Continuiamo insomma a parlare di riduzione delle emissioni, ma le emissioni non fanno altro che aumentare, anche se di poco: +1,2 per cento. 

L’unico anno in cui le emissioni sono effettivamente diminuite? Il 2020, ma c’erano i lockdown. Se continuassimo con le politiche attuali, secondo il rapporto rischieremmo un aumento delle temperatura di +3°C. Sarebbe davvero un inferno che consegneremmo ai nostri figli e ai nostri nipoti, ci avverte l’Onu. La scienza (e l’accordo di Parigi, nato per fare di quella scienza un patto internazionale) ci dice che per essere sicuri di vivere su un pianeta abitabile dovremmo stare sotto un aumento di temperatura di +1.5°C, quello già superato per 86 giorni quest’anno. Le possibilità di non superare in modo permanente questa soglia sono del 14 per cento. 

Poco, ma non pochissimo: vale la pena investire in questa speranza. Perché abbiamo le risorse, abbiamo le tecnologie, abbiamo la capacità di farlo. È quello che ci dice un altro rapporto, il World Energy Outlook della IEA – Agenzia internazionale per l’energia. La IEA interpreta il ruolo dell’ottimista, in questa conversazione. Il mondo dell’energia, secondo i suoi esperti, sta già cambiando vorticosamente, e quello che dobbiamo fare è assecondare questo cambiamento, cavalcarlo come si surfa un’onda. Un po’ di dati a supporto di questa tesi: dal 2020 gli investimenti in energia pulita sono cresciuti del 40 per cento, al ritmo di un miliardo di dollari al giorno. Quest’anno sono stati installati più di 500 GW di energia da fonti rinnovabili. Nel 2030 la quota di combustibili fossili nel sistema energetico sarà scesa al 73 per cento (oggi è intorno all’80 per cento). 

Le pompe di calore stanno per superare le caldaie a gas a livello globale, le rinnovabili come eolico e fotovoltaico nel giro di pochi anni saranno 80 per cento di tutta la nuova potenza installata. Oggi abbiamo ancora un problema manifatturiero (vengono prodotti pochi pannelli solari in proporzione ai nostri bisogni e solo da pochi paesi) ma questo grande intoppo produttivo sarà presto risolto, e si potranno installare 1200 GW di rinnovabili all’anno, più del doppio di oggi. L’energia da fonti rinnovabili è la più economica e la più sicura, oltre che la più pulita.

Anche la mobilità, tema che investe molto la transizione delle città, sta cambiando. Nel 2020 soltanto un’auto su 25 vendute sul mercato del nuovo era elettrica. Oggi siamo già a una su cinque, un salto enorme, in soli tre anni. Nel 2030 il numero di auto elettriche in circolazione sarà dieci volte superiore a quello di oggi. Anche il nuovo Piano energia e clima italiano va in quella direzione e prevede nel 2030 la sostituzione di 4,3 milioni di veicoli del parco auto circolante con veicoli elettrici puri a batteria. La grande sfida, a questo punto, è preparare l’infrastruttura, rendere città e autostrade a misura di elettrico. 

Quando parliamo di clima, non ci possiamo limitare soltanto a parlare di energia, pannelli solari, auto elettriche. Serve una trasformazione profonda degli ambienti urbani, deve aumentare il verde, deve migliorare la sicurezza, devono essere più resilienti le infrastrutture. Tutte queste misure stanno sotto il cappello dell’adattamento.

L’Onu ha pubblicato uno studio proprio su questo tema, Adaptation Gap Report 2023. Il dato più importante è questo: ogni euro speso in adattamento comporta 14 euro di soldi in danni evitati. Investire in adattamento è la versione climatica del vecchio slogan sull’igiene dei denti: prevenire è meglio che curare. Il problema è che secondo l’ONU a livello globale investiamo ancora troppo poco per la prevenzione. mancano tra 194 e 366 miliardi di euro l’anno in adattamento. Questi sono fondi globali, ma il divario tra quello che facciamo e quello che dovremmo fare per essere al sicuro mostra con ancora maggior chiarezza quanto è importante il livello locale, quello che possono fare le città, per compensare questa internazionale mancanza di visione e fondi. Secondo l’ONU, più dell’80 per cento dei paesi ha un piano di adattamento ai cambiamenti climatici già operativo. L’Italia, purtroppo, non è tra questi (il piano è stato scritto ma è da anni fermo nei vari processi di approvazione). 

Infine, i grandi rapporti sul clima non si occupano dell’economia circolare, che però è oggetto di un altro negoziato internazionale di cui si è svolta una tappa importante nel mese di novembre. Si tratta di quello del programma ambiente dell’Onu (Unep) sulla riduzione della plastica.

L’obiettivo è arrivare a un accordo vincolante sul modello di quello di Parigi ma sulla plastica, per ridurre il fiume di rifiuti che ogni giorno negli ecosistemi, nei fiumi e negli oceani. I dati ci dicono che solo il 10 per cento della plastica prodotta nel mondo viene effettivamente riciclata. Sono sempre più importanti quindi pratiche come il riuso. L’obiettivo internazionale è una riduzione della produzione, il negoziato si è tenuto nella sede dell’Unep, a Nairobi, in Kenya, e sembra essere arrivato a uno stallo su come raggiungere questo orizzonte. Oggi il trattato internazionale sulla plastica è più lontano, prova del fatto che, in attesa di risoluzioni globali, il lavoro che può essere fatto a livello locale, nelle città, è più importante che mai. Praticamente insostituibile.