Editoriali

Dalla periferia al centro: la sfida del clima si vince nelle città

E' (finalmente) in arrivo il primo rapporto del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici sugli spazi metropolitani.

«Era da tanto tempo che c’erano richieste per un report dell’IPCC sulle città. Vederlo finalmente accadere è una buona notizia», ha commentato su X/Twitter Leo Hickman, direttore di Carbon Brief, una delle testate scientifiche internazionali più autorevoli a occuparsi verticalmente di clima.

La prima call IPCC per gli esperti e gli scienziati di politiche climatiche urbane è arrivata a novembre e porterà alla pubblicazione del primo rapporto del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici  specificamente dedicato agli spazi metropolitani.

È il riconoscimento definitivo per il fatto che la sfida del clima si vince o si perde nelle città, dove vive il 57 per cento della popolazione umana, da dove arrivano il 70 per cento delle emissioni di carbonio e dove si produce l’80 per cento della ricchezza. Sarà una svolta, il rapporto produrrà una montagna di conoscenza da mettere a disposizione di sindaci, amministratori, decisori politici e cittadini: c’è da chiedersi perché ci sia voluto tanto tempo, ma l’importante è vederlo accadere, come ha scritto Hickman. 

Un piccolo passo indietro: l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) opera sotto la guida di due agenzie delle Nazioni Unite ed è il più importante organismo scientifico di coordinamento per la ricerca sui cambiamenti climatici. È stato istituito alla fine degli anni ’80, quando la crisi climatica iniziava a diventare una questione politica, e produce dei rapporti ciclici che servono a fare il punto, a darci lo stato dell’arte sulla ricerca accademica in tutti gli ambiti che in qualche modo hanno a che fare con le cause, con gli effetti e con le soluzioni al riscaldamento globale. Come una serie di grandi fiumi che portano all’oceano, la ricerca di tutte le università e centri studi più importanti del mondo viene convogliata, aggregata e vagliata dall’IPCC, che non produce nuova scienza ma organizza quella già esistente e la mette a disposizione della politica e dei cittadini. Un modo per dire: questo è quello che sappiamo al momento, ora tocca a voi agire. Finora sono stati pubblicati sei grandi rapporti (l’ultimo tra il 2021 e il 2022, diviso in tre parti), più una serie di report speciali: il prossimo sarà proprio quello sulle città

L’IPCC ha specificato anche quali sono gli ambiti di ricerca che intende raccogliere e approfondire nel suo primo rapporto speciale sulla città. Averli presente è utile per capire che tipo di conoscenza riceveremo dal report ed è anche una mappa per capire come le città e i cambiamenti climatici interagiscono.

Primo livello di analisi: biofisico. Includerà meteorologia urbana, ciclo dell’acqua, monitoraggio del ciclo del carbonio, idrologia metropolitana, biodiversità nelle città.

Secondo livello: impatti e rischi, inclusi danni e perdite economici e non economici, legati a tutti i problemi che conosciamo, dalle isole di calore alle alluvioni, con un focus speciale sulla gestione del rischio.

Terzo livello: modalità di sviluppo di progetti di mitigazione e adattamento.

Quarto livello: l’inevitabile focus su energia ed emissioni.

Quinto livello: policy e governance, cioè come devono cambiare le istituzioni per essere più pronte alla sfida climatica.

Ma è infine il sesto livello a essere particolarmente interessante per noi, perché l’IPCC ha deciso di dedicare una sezione alla società civile e al suo contributo alla sfida climatica per rendere le politiche più eque, giuste e solidali. Esattamente quello che si sta provando a fare a Firenze e nel progetto 100 cities.

Senza coinvolgere l’attivismo, le organizzazioni, i cittadini non si può fare la transizione.

La rivista Science ha commentato la notizia partendo dal fatto che «le città stanno ricevendo sempre più attenzione, dal punto di vista del clima, ed è stato un cambiamento ottenuto dopo dure battaglie da parte dei ricercatori urbani. Ora finalmente le metropoli sono passate dalla periferia al centro della scena».

Secondo Xuemei Bai, l’ecologo urbano dell’Università di Canberra che ha pubblicato il commento su Science, ci sono una serie di domande alle quali la sintesi IPCC ci aiuterà a rispondere.

Primo: sappiamo che gli impatti stanno diventando estremi ma non sappiamo quanto stanno diventando estremi, trasversalmente ai contesti e ai continenti. Questa misurazione ci permetterà di valutare in modo molto più esatto l’entità del rischio climatico urbano.

Secondo punto: di cosa parliamo quando parliamo di vulnerabilità? I centri urbani hanno una grandissima concentrazione di infrastrutture critiche, sistemi di produzione, stanno affrontando enormi cambiamenti demografici. In che modo tutto questo influenza l’impatto del clima?

Terzo punto: le città non sono punti isolati nello spazio, ma sono connesse tra di loro, in che modo le policy urbane amplificano i rischi, le vulnerabilità ma anche la resilienza di quello che hanno intorno a sé, come le altre città, le regioni o le nazioni? 

Servirà anche un metodo nuovo per parlare in modo scientificamente utile di città e clima: «Le metropoli sono sistemi complessi che richiedono approcci integrati», scrive Science. «Il report in arrivo dovrà evitare l’errore di dividerle in settori e affrontare ogni settore separatamente. Avrà il compito di enfatizzare l’integrazione, porre nuove domande e aggregare tipi di competenze nuovi». Se la scienza riuscirà ad andare oltre la logica dei silos permetterà anche alle amministrazioni locali di adottare uno sguardo diverso. È la frontiera più importante: la collaborazione tra l’accademia e la politica è uno degli elementi fondamenti della lotta contro i cambiamenti climatici. Estendere questa collaborazione dal livello globale e nazionale a quello urbano è una delle cose migliori che potessero succedere.