Editoriali

COP28 di Dubai: verso un appuntamento decisivo

Il 30 novembre prende il via a Dubai la COP28, l'appuntamento multilaterale sul clima più importante dell'anno.

Scritto da Ferdinando Cotugno

COP28 significa ventottesima conferenza delle parti delle Nazioni Unite, l’incontro in cui tutte le «parti» (cioè i paesi e le altre comunità coinvolte) si trovano per concordare le soluzioni contro l’emergenza climatica.

È un modello basato sulla cooperazione e sul coordinamento volontario tra i paesi, quello negli Emirati è un appuntamento complesso, con tutti i riflettori addosso, anche perché si svolge sotto la guida diplomatica di uno dei primi produttori al mondo di petrolio e di gas, cioè due dei tre combustibili fossili responsabili di questa emergenza globale.

Però è anche un momento imprenscindibile, sono le uniche due settimane all’anno in cui il clima diventa la priorità di tutti e ogni paese coinvolto (sia quelli più responsabili che quelli più colpiti) ha il suo spazio di parola e negoziato. Da tempo questo modello è in difficoltà, perché fa sempre più fatica a portare risultati concreti, ed è per questo motivo che sempre più voci (tra cui l’università dell’ONU) assegnano alle città un ruolo decisivo per trovare nuove strategie. Alla COP28 i loro rappresentanti sono tra i protagonisti più attesi. 

Per ricordarci perché le COP dell’ONU sono così importanti è utile fare uno o due passi indietro e scoprirne le radici.

Quando i dati scientifici sui cambiamenti climatici iniziarono a essere evidenti, fu chiaro che servisse un coordinamento globale per ridurre le emissioni di carbonio. L’infrastruttura politica fu decisa al Summit di Rio del 1992, quando fu creato un organismo apposito dentro le Nazioni Unite, UNFCCC, ovvero United Nations Framework Convention on Climate Change, una convenzione quadro che tra le altre così istituì questi incontri annuali tra le parti. Il primo, COP1, fu a Berlino nel 1993, da allora l’unico anno saltato è stato il 2020 del picco di pandemia.

Alcune tra le più importanti decisioni sulla crisi climatica sono state prese in questi contesti, come il Protocollo di Kyoto, COP3, nel 1997, o la sua evoluzione, l’accordo di Parigi, COP21, nel 2015. Nascono come un appuntamento di settore, gestito dai ministri dell’ambiente, ora sono uno degli epicentri della geopolitica globale, infatti da anni si aprono sempre con un high level summit, in cui sfilano i capi di stato e di governo. Alla COP26 di Glasgow furono presi impegni di alto livello, come l’accordo globale sulla deforestazione (in gran parte purtroppo disatteso) o quello sulla riduzione di emissioni da metano, alla COP27 di Sharm el-Sheikh è stato invece istituito il primo fondo di compensazione globale sui danni e le perdite causati dai cambiamenti climatici, uno dei primi esempi concreti di giustizia climatica. 

Cosa è legittimo aspettarsi da questa COP28?

Forse la cosa migliore è usare come punto di partenza la posizione negoziale dell’Unione Europea, cioè quello che i rappresentanti dell’UE cercheranno di ottenere da queste due settimane di negoziati.
Questa posizione è stata stabilita dall’ultimo Consiglio europeo. Secondo l’Europa, sarebbe molto importante se nella decisione finale di COP28 si parlasse finalmente di un phase-out (cioè di una terminazione) concordata di tutti i combustibili fossili, un orizzonte lontano da costruire però nel presente, con la clausola di chiedere un phase-out solo dei combustibili fossili «unabated», cioè «salvando» quelli che vengono bruciati con un sistema di cattura della CO2 (tecnologie ancora quasi del tutto sperimentali).

Un altro obiettivo europeo per COP28 è quello di triplicare l’installazione di rinnovabili e raddoppiare l’implementazione dell’efficienza energetica entro il 2030. Non sarà facile ottenere questi risultati, soprattutto perché una COP non si svolge mai nel vuoto, ma anzi il contesto influisce parecchio sulle discussioni. Il nostro mondo è geopoliticamente fratturato tra blocchi e per arrivare a un risultato ambizioso sarà necessario ricucire la fiducia tra nord e sud globale, servirà una grande capacità di leadership per condurre in porto un negoziato così delicato in un momento in cui ci sono così tante tensioni.

È anche per queste complicazioni internazionali tra i paesi che il ruolo delle città e delle loro coalizioni è quanto mai importante per la riuscita di questo processo. E non solo perché nel 2050, quando la maggior parte dell’umanità e tutto il mondo occidentale progettano di arrivare a zero emissioni, ospiteranno ormai i due terzi della popolazione. Le città sono importanti perché il clima ha bisogno di una governance che sia il più vicino possibile alle persone per raggiungere uno degli obiettivi più importanti della transizione: che sia giusta e inclusiva.

Giustizia e inclusività sono più facili da raggiungere nel livello urbano, perché qui si vedono e comprendono molto meglio le esigenze e i bisogni delle persone, rispetto alla scala globale. Inoltre il fallimento degli obiettivi climatici di contenimento dell’aumento delle temperature, dall’innalzamento del livello dei mari (che rischia di sfollare centinaia di milioni di persone) alle ondate di calore, colpirebbe innanzitutto gli spazi urbani. Quindi i loro rappresentanti sono le tra le persone più adatte per trasmettere ai decisori politici globali quel senso di urgenza che troppo spesso è mancato nell’affrontare questa emergenza.