Editoriali

Le radici di una transizione giusta: il clima come questione sociale

La crisi climatica e la transizione in atto per affrontarla non sono solo una storia di ecologia

La crisi climatica e la transizione che stiamo mettendo in atto per affrontarla non sono solo una storia di ecologia. Anzi, finché affronteremo questi temi esclusivamente con le lenti della questione ambientale, continueremo a non comprenderne la portata epocale. È quello che ha scritto anche uno degli osservatori più lucidi di questa trasformazione del mondo, Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Laudate Deum presentata il 4 ottobre al Sinodo: «Si tratta di un problema sociale globale che è intimamente legato alla dignità della vita umana».
 

È questo che l’aumento di temperature mette in gioco: la dignità della vita umana, le sue possibilità, le sue opportunità. Il servizio europeo Copernicus ci ha mostrato dati sconvolgenti sul mese di settembre. Non solo è stato il settembre più caldo mai osservato, ma anche il mese con la massima anomalia termica mai registrata da quando esistono i dati. Le conseguenze di tutto questo sono sistemiche, come sistemico deve essere il cambiamento per reagire. Non è troppo tardi: l’Agenzia internazionale dell’energia ha aggiornato la sua roadmap verso l’azzeramento delle emissioni. Al di là dei (tanti) dati contenuti nel rapporto, la notizia più importante è che si può ancora fare. Si può ancora tenere l’aumento globale delle temperature dentro limiti sostenibili e gestibili, cioè +1.5°C. La finestra di tempo per farlo si sta chiudendo (male) ma è ancora aperta (bene). Dobbiamo accelerare su rinnovabili, elettrificazione dei trasporti e del riscaldamento, risparmio energetico. Come dice Giacomo Grassi, uno degli scienziati italiani dell’IPCC, «stiamo correndo verso un muro, ma non siamo il passeggero inerme, siamo il guidatore col volante in mano».
 

Quella in atto è una trasformazione con dei rischi, che devono essere governati, ma è anche una fase storica piena di opportunità. Secondo il World Economic Forum, globalmente la transizione avrà bisogno di 50 trilioni di dollari: un’enormità. Sono in arrivo investimenti mai visti, pubblici e privati. Il PNRR è una dimostrazione di quanto conti essere pronti a cogliere queste risorse in arrivo, a indirizzarle, a governale. Ogni esitazione si trasforma altrimenti in un’occasione persa, in un rimpianto. Il Green Deal, il Next Generation EU e Fit for 55, ovvero le più importanti politiche europee sulla sostenibilità economica e sociale, mobiliteranno 1800 miliardi di euro entro la fine di questo decennio. Nel frattempo i lavori verdi crescono, ma lentamente: secondo l’OCSE solo del due per cento, con varie differenze tra i paesi. L’Italia è tra i più lenti, mentre corrono Francia, Svizzera, Regno Unito. Perché? Non è la debolezza dell’economia, ma la mancanza di competenze. L’urgenza della formazione è un altro dei motivi per cui occorre saper leggere il presente ed essere pronti. Il lavoro verde c’è, mancano i lavoratori verdi, perché non li formiamo abbastanza in fretta. Secondo l’OECD, la domanda di lavoro cresce più dell’offerta e la quota di persone occupate in settori ecologici varia dal 7 al 35 per cento, ci sono paesi più attrezzati al futuro e altri che lo stanno respingendo. Collocarsi lungo questo asse, tra i preparati e i ritardatari, sarà ciò che deciderà il futuro di città, economie e paesi. In Italia sono già oltre tre milioni i lavoratori green ma, secondo una ricerca di Elettricità futura presentata proprio a Firenze, il settore rinnovabili è pronto a offrire 540mila nuovi posti di lavoro da qui al 2030. Mezzo milione di nuove professioni per la transizione energetica nel giro di sei anni. Questo è il futuro da costruire.
 

E dobbiamo ricordarci che i danni della crisi climatica – sociali, economici, per la salute – sono molto più alti dei costi della transizione. In Europa nel 2022 secondo una ricerca pubblicata su Nature sono morte di caldo 61mila persone, 18mila in Italia, il paese con più decessi per milione di abitanti (295). Le vittime di caldo potrebbero essere quasi 100mila in caso di una «brutta estate», quelle che diventano sempre più probabili, perché le ondate di calore sono più intense, lunghe e frequenti. Ed è difficile affrontarle quando il 10 per cento delle famiglie è in povertà energetica, come nel nostro paese, senza possibilità di pagarsi il condizionatore. Il caldo fa danni anche all’economia: ogni anno si perdono 650 miliardi di ore lavoro a causa delle temperature troppo alte, secondo uno studio pubblicato su Environmental Research Letters. Non è un numero troppo lontano dalle ore di lavoro perse a causa della pandemia. Secondo Deloitte, se la transizione fallirà i danni per l’Italia sarebbero di 115 miliardi di euro da qui al 2070. Senza transizione si perde il 7 per cento del PIL.

A chi toccherebbe il conto più alto? Ai poveri, alle donne, alle periferie, alle persone disabili, ai bambini, alle minoranze, agli anziani. Sono i gruppi di persone vulnerabili agli effetti peggiori del cambiamento climatico, elencati da un’analisi della Banca Mondiale. Evitare che la crisi vada fuori controllo, con aumenti di temperature globali oltre i 2°C, è innanzitutto una questione di giustizia sociale. Le famiglie più ricche troverebbero il modo di adattarsi, quelle più povere affronterebbero la crisi senza risorse e strumenti. È questo che dobbiamo evitare. Come scrive la Banca Mondiale, «la crisi climatica ci spinge ad affrontare le diseguaglianze a ogni livello: tra paesi ricchi e paesi poveri, tra ricchi e poveri dentro i paesi, tra uomini e donne, e tra le generazioni». Ed è anche una crisi sanitaria, come mostrato dai dati sulle vittime per le ondate di calore. Secondo l’OMS, 250mila persone all’anno rischiano di «morire di clima» a partire dal 2030. E infine, i più vulnerabili di tutti, i bambini. Secondo l’indice di rischio climatico dell’UNICEF, un miliardo di bambini sono estremamente vulnerabili alla crisi climatica, 820 milioni (1 su 3) sono altamente esposti alle ondate di calore, 400 milioni (1 su 6) agli eventi meteo estremi, 330 milioni (1 su 7) alle inondazioni dei fiumi. È questa la sfida che stiamo affrontando. Sociale, economica e sanitaria. L’ambiente è il contesto, il clima è la causa, l’ecologia uno degli strumenti, ma i protagonisti sono gli esseri umani.